Nati oggi – Totò

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Totò, nome d’arte di Antonio Griffo Focas Flavio Angelo Ducas Comneno Porfirogenito Gagliardi De Curtis di Bisanzio, più semplicemente Antonio De Curtis (Napoli, 15 febbraio 1898 – Roma, 15 aprile 1967), è stato un attore, commediografo, paroliere, poeta e sceneggiatore italiano. Attore simbolo del cinema comico in Italia, soprannominato «il principe della risata». È considerato, anche in merito ad alcuni suoi ruoli drammatici, uno dei più grandi interpreti nella storia del teatro e del cinema italiano.

Biografia

Totò nacque il 15 febbraio 1898 nel rione Sanità (un quartiere considerato il centro della “guapperia” napoletana), in via Santa Maria Antesaecula al secondo piano del civico 109, da una relazione clandestina di Anna Clemente con Giuseppe De Curtis che, in principio, per tenere segreto il legame, non lo riconobbe, risultando per l’anagrafe “figlio di N.N.”

Il marchese Giuseppe De Curtis, il padre di Totò che, inizialmente, non lo riconobbe come figlio naturale.Anna Clemente, la madre, che tentò di introdurlo come sacerdote. «Meglio ‘nu figlio prevete ca ‘nu figlio artista», affermava.

Solitario e di indole malinconica, fin da bambino dimostrò una forte vocazione artistica che gli impediva di dedicarsi allo studio, cosicché dalla quarta elementare fu retrocesso in terza.Ciò non creò in lui molto imbarazzo, anzi intratteneva spesso i suoi compagni di classe con piccole recite, esibendosi con smorfie e battute.Il bambino riempiva spesso le sue giornate osservando di nascosto le persone, in particolare quelle che gli apparivano più eccentriche, cercando di imitarne i movimenti, e facendosi attribuire così il nomignolo di «’o spione».Questo suo curioso metodo di “studio” lo aiutò molto per la caratterizzazione di alcuni personaggi interpretati durante la sua carriera.

Terminate le elementari, venne iscritto al collegio Cimino, dove per un banale incidente con uno dei precettori, che lo colpì involontariamente con un pugno, il suo viso subì una particolare conformazione del naso e del mento; un episodio che caratterizzò in parte la sua “maschera”.Nel collegio non fece progressi, decise di abbandonare prematuramente gli studi senza ottenere perciò la licenza ginnasiale.La madre lo voleva sacerdote, in un primo tempo dovette quindi frequentare la parrocchia come chierichetto, ma incoraggiato dai primi piccoli successi nelle recite in famiglia (chiamate a Napoli «periodiche») e attratto dagli spettacoli di varietà, nel 1913, ancora in età giovanissima, iniziò a frequentare i teatrini periferici esibendosi – con lo pseudonimo di “Clerment” -in macchiette e imitazioni del repertorio di Gustavo De Marco, un interprete napoletano dalla grande mimica e dalle movenze snodate, simili a quelle d’un burattino.Proprio su quei palcoscenici di periferia incontrò attori come Eduardo De Filippo, Peppino De Filippo e i musicisti Cesare Andrea Bixio e Armando Fragna.Toto'025

Durante gli anni della prima guerra mondiale si arruolò volontario nel Regio Esercito venendo assegnato al 22º Reggimento fanteria, rimanendo di stanza dapprima a Pisa e poi a Pescia.Venne quindi trasferito al CLXXXII Battaglione di milizia territoriale, unità di stanza in Piemonte, ma destinate a partire per il fronte francese.Qui si situò il comico episodio nel quale, prima di partire, il comandante del suo battaglione lo avvertì che avrebbe dovuto condividere i propri alloggiamenti in treno con un reparto di soldati marocchini «dalle strane e temute abitudini sessuali». Totò a quel punto, terrorizzato, improvvisò un attacco epilettico alla stazione di Alessandria, riuscendo a farsi ricoverare nel locale ospedale militare e a non partire per la Francia.Rimasto in osservazione per un breve periodo, quando venne dimesso dalle cure ospedaliere venne inserito nell’88º Reggimento fanteria “Friuli” di stanza a Livorno. Proprio in quel periodo Totò subì continui soprusi e umiliazioni da parte di un graduato; da quell’esperienza nacque il celebre motto dell’attore: «Siamo uomini o caporali?».

« Signori si nasce e io lo nacqui, modestamente! »

I primi esordi e il variété

Dopo il servizio militare, si esibì ancora come macchiettista, scritturato dall’impresario Eduardo D’Acierno (diventò poi celebre la macchietta del Bel Ciccillo, riproposta nel 1949 nel film Yvonne la nuit) e ottenne un primo successo alla Sala Napoli, locale minore del capoluogo campano, con una parodia della canzone di E. A. Mario Vipera, intitolata Vicolo, che aveva sentito recitare dall’attore Nino Taranto al teatro Orfeo e che chiese allo stesso se poteva “rubargliela”.

Nel 1921 il marchese Giuseppe de Curtis riconobbe Totò come figlio e regolarizzò la situazione familiare sposandone la madre.Totò_chirurgoL’anno seguente la famiglia si trasferì a Roma, ove Totò, con la disapprovazione totale dei genitori, fu scritturato come “straordinario” – cioè un elemento da utilizzare occasionalmente e senza nessun compenso – nella compagnia dell’impresario Umberto Capece, un reparto composto da attori scadenti e negligenti.In quel periodo Totò si guadagnò un particolare apprezzamento dal pubblico impersonando sul palco l’antagonista di Pulcinella.Tuttavia, il giovane si sacrificava non poco per raggiungere il teatro: dal momento che non aveva i soldi neanche per un biglietto del tram, doveva partire da Piazza Indipendenza per arrivare a Piazza Risorgimento, che si trovava dall’altra parte della città; a tal proposito, nella stagione invernale, chiese qualche moneta all’impresario Capece che, in modo esageratamente brusco e inaspettato, lo esonerò e lo sostituì all’istante con un altro “straordinario”.L’episodio fu un duro colpo per Totò, che rimase esterrefatto e dopo aver raccolto i suoi effetti si allontanò a malincuore dal teatro.In quel breve periodo di disoccupazione, Totò piombava nello sconforto totale, il suo morale si alzava solo quando riusciva a racimolare qualche soldo esibendosi in piccoli locali; nel corso di quelle esperienze, decise di puntare al genere teatrale a lui più congeniale: il varietà (variété, nella declinazione francese).foto_toto_41Progettò di presentarsi al capocomico napoletano Francesco De Marco (famoso per delle stravaganti esibizioni teatrali), ma ebbe un ripensamento – causa probabilmente l’insicurezza – all’ultimo minuto.

« … bazzecole, quisquilie, pinzellacchere! »

L’avanspettacolo e l’incontro con il cinema

Sempre nel 1930, l’anno dell’avvento del sonoro, Stefano Pittaluga, che produsse con la Cines La canzone dell’amore (il primo film italiano sonoro), era alla ricerca di nuovi volti da portare sul grande schermo. Le doti comiche di Totò non gli sfuggirono e, dato che era in procinto di produzione un film chiamato Il ladro disgraziato, gli fece fare un provino.La pellicola non vide mai la luce, anche per il fatto che il regista avrebbe voluto che Totò imitasse Buster Keaton, idea che all’attore non garbava.

Momentaneamente accantonata l’eventualità di entrare nel cinema, Totò nel 1932 diventò capocomico di una propria formazione, proponendosi nell’avanspettacolo, un genere teatrale che continuò a diffondersi in Italia fino al 1940.In tournée a Firenze conobbe Diana Rogliani, all’epoca sedicenne, dalla quale ebbe una figlia che, in onore della compianta Castagnola, battezzò Liliana.toto_foto202Gli anni Trenta furono un periodo di grandi successi per il comico che, malgrado il guadagno non molto alto, si sentiva ormai affermato: portò in scena, insieme alla sua “spalla” Guglielmo Inglese (più avanti diventò Eduardo Passarelli), numerosi spettacoli in tutta Italia. Sulla traccia di copioni spesso approssimativi, Totò ebbe modo di dare sfogo alle risorse creative della sua comicità surreale, con mimiche grottesche e deformazioni/invenzioni linguistiche, interpretando anche Don Chisciotte e travestendosi addirittura da soubrette; imparò così l’arte dei guitti, ossia quegli attori che recitavano senza un copione ben impostato (molte delle macchiette le ripropose in seguito nel suo repertorio cinematografico: “Il pazzo”, “Il chirurgo”, “Il manichino”), arte alla quale Totò aggiunse caratteristiche tutte sue, pronto a sbeffeggiare i potenti quanto a esaltare i bisogni e istinti umani primari: la fame, la sessualità, la salute mentale.Naturalmente, come si confà allo stile di Totò, tutto espresso con distinti doppi sensi senza mai trascendere nella volgarità.

Nel 1933 si fece adottare dal marchese Francesco Maria Gagliardi Focas, per ereditarne così la lunga serie di titoli nobiliari. L’anno successivo mise su casa a Roma insieme alla figlia Liliana e alla compagna Diana Rogliani (per la quale nutriva un’ossessiva gelosia), che sposò nell’aprile del 1935.

Totò fu uno dei maggiori protagonisti della stagione dell’avanspettacolo, arrivando ad acquisire una sua originale personalità artistica. Furono allora gli intellettuali che lo ammiravano a teatro, i primi a volerlo in qualche loro progetto cinematografico: tra di loro Umberto Barbaro e soprattutto Cesare Zavattini, che tentò infatti di imporlo nel 1935 per la parte di “Blim” nel film Darò un milione di Mario Camerini – ruolo andato poi a Luigi Almirante. Non realizzandosi questi progetti, il vero debutto avvenne nel 1937: Gustavo Lombardo, il fondatore della Titanus, produsse il primo film di Totò, Fermo con le mani!, diretto dal regista Gero Zambuto. Un film concepito con mezzi molto scarsi, la cui intenzione primaria era proporre al pubblico italiano un’alternativa del personaggio di Charlot, di Chaplin.

La rivista

Questi primi esperimenti cinematografici surreali non ottennero il successo di pubblico che Totò aveva invece sul palcoscenico. Quando tornò al teatro, alla fine del 1940, l’avanspettacolo era già tramontato, sostituito dalla “rivista”, un genere teatrale sorto a Parigi e dal carattere (almeno nel primo periodo) esclusivamente satirico – per quanto concesso dal regime fascista – presentato sotto forma di azioni sceniche ricche di allusioni e di accenni piccanti. In quel periodo l’Italia era da poco entrata in guerra e la ferrea censura del fascismo era attentissima a qualsiasi battuta ambigua o accenno negativo sul Governo di Mussolini.
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Causa la guerra, furono tempi difficoltosi anche per il teatro, per la mancanza di mezzi di trasporto, il divieto di circolazione delle auto private e soprattutto per i bombardamenti, in particolare a Milano, dove gli spettacoli venivano spesso interrotti e gli attori erano costretti ad allontanarsi verso il rifugio più vicino, senza avere il tempo di togliersi gli abiti di scena.20100423_toto Fu il periodo in cui Totò venne scritturato dalla Bossoli Film per riaprire una fessura nel cinema e prendere parte ad una nuova pellicola che comprendeva nel cast anche il pugile Primo Carnera, Due cuori fra le belve (ridistribuito dopo la guerra col titolo Totò nella fossa dei leoni), del regista Giorgio Simonelli, che venne girato con animali autentici.

« Io odio i capi, odio le dittature… Durante la guerra rischiai guai seri perché in teatro feci una feroce parodia di Hitler. Non me ne sono mai pentito perché il ridicolo era l’unico mezzo a mia disposizione per contestare quel mostro. Grazie a me, per una sera almeno, la gente rise di lui. Gli feci un gran dispetto, perché il potere odia le risate, se ne sente sminuito. »
(Totò)

La Totò-mania

Dopo la morte del padre (avvenuta nel settembre del ’44), Giuseppe De Curtis, tra il 1945 e gli anni successivi Totò alternò teatro e cinematografia, dedicandosi anche alla creazione di canzoni e poesie, ma anche ad una buona lettura, diligendo in particolar modo Luigi Pirandello.Interpretò la sua sesta pellicola, Il ratto delle Sabine, con il regista Mario Bonnard, film che venne accolto da alcune critiche avverse, come quella di Vincenzo Talarico, che stroncò l’attore “augurandosi che rientrasse al più presto nei ranghi del teatro di rivista.foto_toto_01“Fu I due orfanelli il film spartiacque, scritto da Steno e Agenore Incrocci e diretto da Mario Mattòli, con il quale Totò interpretò altri tre film tra il ’47 al ’49: Fifa e arena, Totò al giro d’Italia (il primo film in cui compariva il suo nome nel titolo) e I pompieri di Viggiù (tutti di buon successo e incasso); inoltre, era il tempo della rivista C’era una volta il mondo di Galdieri, composta da sketch rimasti famosi, come quello del Vagone con Totò al fianco di Isa Barzizza, la soubrette che debuttò nel film I due orfanelli e che proprio Totò volle nella rivista, e Mario Castellani, la fedele “spalla” teatrale che accompagnò Totò anche nel cinema, prendendo parte a quasi tutte le sue pellicole proprio per volere di Totò che, quando non c’erano ruoli disponibili, lo imponeva come aiuto-regista.

« Ma mi faccia il piacere! »
(Uno dei modi di dire di Totò)

Le differenze tra teatro e cinema crearono inizialmente non pochi disordini per l’attore, che, essendosi formato con lo stile teatrale e quindi con un’unica esecuzione dal vivo, dopo i primi ciak tendeva a perdere la concentrazione.Doveva perciò essere colto “al volo” per poter recitare al massimo; quindi la troupe doveva prima preoccuparsi di sistemare le luci e di preparare la scena con una controfigura, facendo anche qualche prova. Quando tutto era pronto, si poteva far intervenire Totò.Un’altra delle differenze tra le due forme d’arte, di cui il comico ne risentì molto inizialmente, fu il fatto di non riuscire a comunicare direttamente con il pubblico.Proprio per questo, di solito, i registi (in particolare Bragaglia, con il quale instaurò un solido rapporto artistico) e i membri della troupe lo spronavano dopo lo stop con un applauso, in modo da dargli maggiore carica ed entusiasmo.I_due_colonnelliUn altro inconveniente furono gli orari. Totò, abituato agli orari teatrali, non si alzava mai prima di mezzogiorno, essendo un assertore della teoria che l’attore “al mattino non può far ridere”, girava nel cosiddetto orario francese, dalle 13 alle 21.Ciò creava non pochi problemi per le riprese. Complicazioni particolari ci furono per Totò al giro d’Italia, dove erano coinvolti molti ciclisti famosi dell’epoca come Bartali, Coppi, Bobet, Magni; l’attore, non arrivando in orario, dava difficoltà.

Tra il 1953 e il 1955 interpretò diciassette film, lavorò nuovamente con Steno in L’uomo, la bestia e la virtù (dall’omonima commedia di Luigi Pirandello), dove nel cast era presente anche Orson Welles, poi con Mattòli ne Il più comico spettacolo del mondo (uno dei primi film italiani tridimensionali), e nella trilogia scarpettiana: Un turco napoletano, Miseria e nobiltà e Il medico dei pazzi.Fu anche chiamato dall’amico Aldo Fabrizi che lo volle per il film Una di quelle, al fianco di Peppino De Filippo, Lea Padovani e lo stesso Fabrizi; la pellicola (ridistribuita successivamente col titolo di Totò, Peppino e… una di quelle), dal tono drammatico e sentimentale, non ottenne il successo sperato.Si incontrò nuovamente anche con Monicelli, con il quale girò Totò e Carolina, film uscito nelle sale dopo un anno e mezzo dal termine della lavorazione perché massacrato dai tagli della censura, che era infastidita principalmente dai palesi riferimenti comunisti e dal fatto che Totò interpretasse un poliziotto, e per di più in un atteggiamento che tendeva a ridicolizzarsi.3

L’attore ebbe poi l’opportunità di lavorare con Alessandro Blasetti, Vittorio De Sica e anche Camillo Mastrocinque, con il quale girò molte pellicole di successo. La sua vita privata però, non scorreva tranquilla come quella di spettacolo: Franca Faldini, in seguito ad un parto drammatico, diede alla luce il figlio di Totò, Massenzio; il bambino però, nato di otto mesi, morì dopo alcune ore.

Gli ultimi lavori

« Ho girato diversi film mediocri, altri che erano veramente brutti, ma, dopo tutta la miseria patita in gioventù, non potevo permettermi il lusso di rifiutare le proposte scadenti e restarmene inattivo… »
(Totò)
Totò in Che cosa sono le nuvole?, episodio di Capriccio all’italiana (1967), la sua ultima pellicola

Proprio quasi fuori tempo massimo, al culmine della sua carriera, arrivarono proposte importanti da cineasti come Alberto Lattuada, Federico Fellini e Pier Paolo Pasolini. Col primo fece, nel ’65, il film La mandragola, nel ruolo di Fra’ Timoteo, che interpretò in modo brillante.Il secondo lo avrebbe voluto per il film Il viaggio di G. Mastorna, dove erano previsti nel cast anche Mina, Franco Franchi e Ciccio Ingrassia. Lavorare con Fellini era sempre stata una delle maggiori ambizioni ma la pellicola purtroppo non fu mai realizzata.L’incontro con Pasolini, invece, fu uno dei più importanti e inattesi dell’intera carriera cinematografica di Totò.uccelliniuccellacci

La prima opera realizzata fu Uccellacci e uccellini, che Totò accettò senza condividere appieno il suo personaggio e la poetica del regista; ormai l’intento principale dell’attore era produrre opere di qualità, per la sua solita paura di essere dimenticato dal pubblico.Pasolini lo scelse perché rimase affascinato dalla sua “maschera”, che riuniva perfettamente “l’assurdità e il clownesco con l’immensamente umano”.Per la prima volta Totò, durante la lavorazione di un film, si sentì in qualche modo smorzato, per volere di Pasolini che gli lasciava poco spazio ai suoi lazzi e alle sue improvvisazioni, rispetto a come era solitamente abituato con le pellicole precedenti.Uccellacci e uccellini, film di grande forza poetica, fin dall’inizio fu oggetto di discussioni e polemiche, anche se fu quasi unanime il riconoscimento della grande interpretazione di Totò, che, lodato dalla critica, conseguì il suo secondo nastro d’argento e una menzione speciale al Festival di Cannes.

Prima di ritornare con Pasolini, ottenne un ruolo in Operazione San Gennaro di Dino Risi, accanto a Nino Manfredi. Nel ’67 girò con Pasolini il cortometraggio La terra vista dalla luna, episodio del film collettivo Le streghe, tratto dal racconto di Pasolini mai pubblicato Il buro e la bura; poi Che cosa sono le nuvole?, un episodio del film Capriccio all’italiana, dove l’attore prese parte anche a un altro corto di Steno: Il mostro della domenica.

Furono le sue ultime pellicole. Venne chiamato anche da Nanni Loy per Il padre di famiglia, di nuovo con Manfredi, in un ruolo di un anziano anarchico che vive vendendo calzini e mutande ai compagni della sinistra; film destinato a collocarsi fra i tanti progetti non realizzati da Totò, poiché girò la prima scena (per spiacevole casualità, quella d’un funerale) e morì due giorni dopo.

televisione

Totò incontrò la televisione già nel 1958, insieme a Mario Riva nel programma Il Musichiere. Fece ritorno solo nel 1965, invitato da Mina nella trasmissione Studio Uno, partecipando a due puntate: nella prima, subito accolto da un lunghissimo applauso, presentò la sua canzone Baciami, lasciando cantare Mina mentre lui interveniva facendo da contrappunto alle parole della canzone con qualche sua classica battuta.Nella seconda puntata, nel 1966, ripropose invece un vecchio sketch (Pasquale) con Mario Castellani.La scenetta venne poi incisa, insieme alla poesia ‘A livella, in un disco 33 giri dell’attore.

Nell’ultima fase della sua vita, mise in lavorazione alcuni caroselli e una serie per la Tv chiamata TuttoTotò, comprendente nove telefilm a cura di Bruno Corbucci e diretti da Daniele D’Anza. La serie, nata da un’idea di Mario Castellani, doveva essere inizialmente diretta da Michele Galdieri, l’autore di molte riviste di Totò, ma morì prima che iniziasse la lavorazione.toto_Fabrizi_Magnani_e_GuidoLa maggior parte dei copioni di questi telefilm apparivano troppo stolidi, e soltanto alcuni di questi, con testi discreti, diedero modo a Totò di esibirsi in alcuni suoi numeri, riproponendo alcuni dei suoi famosi sketch teatrali.L’attore appariva però provato e lavorava non più di quattro ore nel pomeriggio, ma nonostante tutto era ancora in grado di padroneggiare la scena.Il ciclo andò in onda dopo la sua morte, dal maggio al luglio del ’67, per poi essere replicato dieci anni più tardi.Positiva fu l’accoglienza del pubblico, più fredda quella della critica, che sottolineava come la comicità di Totò non apparisse al meglio in quanto alla realizzazione frettolosa e approssimativa.

La morte

« È morta l’ultima delle grandi maschere della commedia dell’arte. »

(Nino Manfredi al telegiornale del 15 aprile 1967)

Totò morì nella sua casa di Via Monti Parioli alle 3:30 del mattino (l’ora in cui era solito andarsene a dormire) del 15 aprile all’età di 69 anni: venne stroncato da un infarto dopo una lunga agonia, tanto sofferta che lui stesso pregò il medico curante di lasciarlo morire.Proprio la sera del 13 aprile confessò al suo autista Carlo Cafiero: «Cafie’, non ti nascondo che stasera mi sento una vera schifezza».Le sue ultime parole furono, secondo Franca Faldini, «T’aggio voluto bene Franca, proprio assai sebbene secondo la figlia Liliana disse: «Portatemi a Napoli: sono cattolico, apostolico e napoletano».

La questione nobiliare

« Tengo molto al mio titolo nobiliare perché è una cosa che appartiene soltanto a me… A pensarci bene il mio vero titolo nobiliare è Totò. Con l’altezza Imperiale non ci ho fatto nemmeno un uovo al tegamino. Mentre con Totò ci mangio dall’età di vent’anni. Mi spiego? »
(Totò)

Dopo l’adozione nel 1933 da parte del marchese Francesco Maria Gagliardi Focas, cavaliere del Sacro Romano Impero (D. M. di riconoscimento 6 maggio 1941), Totò intraprese lunghe e costose battaglie legali, portate avanti con determinazione, per il riconoscimento di nobiltà, anche grazie all’aiuto di esperti avvocati e araldisti. Totò riteneva di appartenere a un ramo decaduto dei nobili de Curtis, quello dei conti di Ferrazzano, sebbene tale discendenza non sia mai stata dimostrata.20131020185103!AntonioDeCurtisFoto

Il 18 luglio 1945 e il 7 agosto 1946 il Tribunale di Napoli, IV sez., emanò sentenze che gli riconobbero diversi titoli gentilizi, che vennero registrati a pag. 42 vol. 28 del Libro d’Oro della Nobiltà Italiana, tenuto presso l’archivio della Consulta Araldica (Roma, Archivio Centrale dello Stato): Principe, Conte Palatino, Nobile, trattamento di Altezza Imperiale. Con sentenza 1º marzo 1950 del Tribunale civile di Napoli, il cognome di Totò venne rettificato in “Focas Flavio Angelo Ducas Comneno De Curtis di Bisanzio”, anche se sul pronao della cappella della sua tomba, nel Cimitero di Santa Maria del Pianto a Napoli, l’incisione recita solo Focas Flavio Comneno De Curtis di Bisanzio – Clemente. Di fatto, dalla sentenza del 1946, Totò acquisì i titoli e i nomi di: Antonio Griffo Focas Flavio Ducas Commeno Porfirogenito Gagliardi De Curtis di Bisanzio, altezza imperiale, conte palatino, cavaliere del Sacro Romano Impero, esarca di Ravenna, duca di Macedonia e di Illiria, principe di Costantinopoli, di Cilicia, di Tessaglia, di Ponte di Moldavia, di Dardania, del Peloponneso, conte di Cipro e di Epiro, conte e duca di Drivasto e Durazzo.

Il 16 marzo 1960 la Repubblica di San Marino riconobbe il titolo di conte con il predicato di Ferrazzano alla figlia di Totò, Liliana, con decreto presidenziale sammarinese. Lo stemma è d’oro a tre bande di azzurro, al capo dello stesso, con un crescente montante di argento, accompagnato da tre stelle di otto raggi d’oro, 1 e 2.

Filmografia

Attore cinematografico

Fermo con le mani!, regia di Gero Zambuto (1937)
Animali pazzi, regia di Carlo Ludovico Bragaglia (1939)
San Giovanni decollato, regia di Amleto Palermi (1940)
L’allegro fantasma, regia di Amleto Palermi (1941)
Due cuori fra le belve, riedito nel dopoguerra col titolo Totò nella fossa dei leoni, regia di Giorgio Simonelli (1943)
Il ratto delle Sabine, riedito nel dopoguerra col titolo Il professor Trombone, regia di Mario Bonnard (1945)
I due orfanelli, regia di Mario Mattòli (1947)
Fifa e arena, regia di Mario Mattòli (1948)
Totò al giro d’Italia, regia di Mario Mattòli (1948)
I pompieri di Viggiù, regia di Mario Mattòli (1949)
Yvonne la nuit, regia di Giuseppe Amato (1949)
Totò cerca casa, regia di Steno e Mario Monicelli (1949)
L’imperatore di Capri, regia di Luigi Comencini (1949)
Totò le Mokò, regia di Carlo Ludovico Bragaglia (1949)
Totò cerca moglie, regia di Carlo Ludovico Bragaglia (1950)
Napoli milionaria, regia di Eduardo De Filippo (1950)
Figaro qua, Figaro là, regia di Carlo Ludovico Bragaglia (1950)
Tototarzan, regia di Mario Mattòli (1950)
Le sei mogli di Barbablù, regia di Carlo Ludovico Bragaglia (1950)
Totò sceicco, regia di Mario Mattòli (1950)
47 morto che parla, regia di Carlo Ludovico Bragaglia (1950)
Totò terzo uomo, regia di Mario Mattòli (1951)
Sette ore di guai, regia di Vittorio Metz e Marcello Marchesi (1951)
Guardie e ladri, regia di Steno e Mario Monicelli (1951)
Totò a colori, regia di Steno (1952)
Totò e i re di Roma, regia di Steno e Mario Monicelli (1952)
Totò e le donne, regia di Steno e Mario Monicelli (1952)
L’uomo, la bestia e la virtù, regia di Steno (1953)
Una di quelle, regia di Aldo Fabrizi (1953)
Un turco napoletano, regia di Mario Mattòli (1953)
Il più comico spettacolo del mondo, regia di Mario Mattòli (1953)
Questa è la vita, episodio La patente, regia di Luigi Zampa (1954)
Dov’è la libertà?, regia di Roberto Rossellini (1954)
Tempi nostri – Zibaldone n. 2, episodio La macchina fotografica, regia di Alessandro Blasetti (1954)
Miseria e nobiltà, regia di Mario Mattòli (1954)
I tre ladri, regia di Lionello De Felice (1954)
Il medico dei pazzi, regia di Mario Mattòli (1954)
Totò cerca pace, regia di Mario Mattòli (1954)
L’oro di Napoli, episodio Il guappo, regia di Vittorio De Sica (1954)
Totò e Carolina, regia di Mario Monicelli (1954)
Totò all’inferno, regia di Camillo Mastrocinque (1955)
Siamo uomini o caporali?, regia di Camillo Mastrocinque (1955)
Racconti romani, regia di Gianni Franciolini (1955)
Destinazione Piovarolo, regia di Domenico Paolella (1955)
Il coraggio, regia di Domenico Paolella (1955)
La banda degli onesti, regia di Camillo Mastrocinque (1956)
Totò lascia o raddoppia?, regia di Camillo Mastrocinque (1956)
Totò, Peppino e la… malafemmina, regia di Camillo Mastrocinque (1956)
Totò, Peppino e i fuorilegge, regia di Camillo Mastrocinque (1956)
Totò, Vittorio e la dottoressa, regia di Camillo Mastrocinque (1957)
Totò e Marcellino, regia di Antonio Musu (1958)
Totò, Peppino e le fanatiche, regia di Mario Mattòli (1958)
Gambe d’oro, regia di Turi Vasile (1958)
I soliti ignoti, regia di Mario Monicelli (1958)
La legge è legge, regia di Christian-Jaque (1958)
Totò a Parigi, regia di Camillo Mastrocinque (1958)
Totò nella luna, regia di Steno (1958)
Totò, Eva e il pennello proibito, regia di Steno (1959)
I tartassati, regia di Steno (1959)
I ladri, regia di Lucio Fulci (1959)
La cambiale, regia di Camillo Mastrocinque (1959)
Arrangiatevi!, regia di Mauro Bolognini (1959)
Noi duri, regia di Camillo Mastrocinque (1960)
Signori si nasce, regia di Mario Mattòli (1960)
Totò, Fabrizi e i giovani d’oggi, regia di Mario Mattòli (1960)
Letto a tre piazze, regia di Steno (1960)
Risate di gioia, regia di Mario Monicelli (1960)
Chi si ferma è perduto, regia di Sergio Corbucci (1960)
Totò, Peppino e… la dolce vita, regia di Sergio Corbucci (1961)
Sua Eccellenza si fermò a mangiare, riedito col titolo Dott. Tanzanella, medico personale del… fondatore dell’impero, regia di Mario Mattòli (1961)
Totòtruffa 62, regia di Camillo Mastrocinque (1961)
I due marescialli, regia di Sergio Corbucci (1961)
Totò contro Maciste, regia di Fernando Cerchio (1962)
Totò diabolicus, regia di Steno (1962)
Totò e Peppino divisi a Berlino, regia di Giorgio Bianchi (1962)
Lo smemorato di Collegno, regia di Sergio Corbucci (1962)
Totò di notte n. 1, regia di Mario Amendola (1962)
I due colonnelli, regia di Steno (1962)
Il giorno più corto, regia di Sergio Corbucci (1963)
Totò contro i quattro, regia di Steno (1963)
Il monaco di Monza, regia di Sergio Corbucci (1963)
Totò e Cleopatra, regia di Fernando Cerchio (1963)
Le motorizzate, episodio Il vigile ignoto, regia di Marino Girolami (1963)
Totò sexy, regia di Mario Amendola (1963)
Gli onorevoli, regia di Sergio Corbucci (1963)
Il comandante, regia di Paolo Heusch (1963)
Le belle famiglie, episodio Amare è un po’ morire, regia di Ugo Gregoretti (1964)
Che fine ha fatto Totò Baby?, regia di Ottavio Alessi, in realtà di Paolo Heusch (1964)
Totò contro il pirata nero, regia di Fernando Cerchio (1964)
Totò d’Arabia, regia di José Antonio De La Loma, in realtà di Paolo Heusch (1965)
Gli amanti latini, episodio Amore e morte, regia di Mario Costa (1965)
La mandragola, regia di Alberto Lattuada (1965)
Rita, la figlia americana, regia di Piero Vivarelli (1965)
Uccellacci e uccellini, regia di Pier Paolo Pasolini (1966)
Operazione San Gennaro, regia di Dino Risi (1966)
Le streghe, episodio La terra vista dalla luna, regia di Pier Paolo Pasolini (1966)
Capriccio all’italiana, episodi Il mostro della domenica di Steno e Che cosa sono le nuvole? di Pier Paolo Pasolini (1968)

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